network thinking: un’intervista a Francesco Cingolani

Francesco —  November 1, 2011 — 4 Comments

immagine:
una mia foto adattata con
network visualization di See-ming Lee [flickr]

“Tutto quello che faccio lo faccio in rete, collegandomi ad altre persone, gruppi, studi e associazioni, secondo strutture orizzontali e aperte.”

Con questa frase spiego l’essenza dell’approccio network thinking in un’intervista realizzata dal magazine whymarche nella quale racconto il mio percorso di architetto italiano all’estero e cerco di spiegare che lavoro faccio.
Ecco l’intervista completa.

Il network thinking di Francesco Cingolani
Non solo un architetto!
di Eleonora Baldi

Definire il lavoro di Francesco è difficile, neanche lui ci riesce bene!
Ma quello che gli riesce benissimo è creare ed interessarci alla sua storia: un giovane partito dalle Marche che, passando attraverso Parigi e la Spagna, ha trovato la sua strada!

ELEONORA: Ciao Francesco! Per conoscere meglio chi sei e cosa fai mi sono fatta un giro in www.immaginoteca.com e mi si è aperta la tua “My Project Mindmap”. Ci puoi spiegare meglio cos’è questa mappa mentale?

FRANCESCO: Faccio diverse cose allo stesso tempo e spesso sono cose molto diverse fra loro. Questa mappa e’ un modo per visualizzarle tutte ed esprime la volontà di andare oltre una semplice lista dei progetti in cui sono coinvolto. L’idea di disegnarla mi è venuta perché sempre più gente – e non solo colleghi, ma anche amici e pure mia madre! – mi rivolge la domanda : “Ma scusa, che lavoro fai?”. Riguardandola oggi, a quasi due anni di distanza, vedo subito che oggi la mia mindmap sarebbe completamente diversa: ci sarebbero cerchi nuovi, e quelli esistenti avrebbero una dimensione diversa. La cosa più significativa di questa mappa é che esprime la necessità di organizzare e comunicare l’informazione con sistemi più efficienti del semplice racconto descrittivo e unidirezionale: credo che oggi la conoscenza debba essere organizzata secondo un modello nonlineare e favorendo la molteplicità, la simultaneità e l’aleatorietà.

E: Definirti semplicemente architetto non è corretto e comunque limitativo. Dacci tu una definizione della tua professione!

F: Non lo so!
E’ una domanda molto difficile… direi innanzitutto che non sarei di certo capace di costruire una casa! I miei amici, scherzando, dicono che il mio lavoro consiste nel “fare i blog” e “pensare le idee”. Scherzi a parte, lavoro nell’ambito dell’innovazione strategica e della creatività, con un approccio che ultimamente abbiamo definito netrwork-thinking: tutto quello che faccio lo faccio in rete, collegandomi ad altre persone, gruppi, studi e associazioni, secondo strutture orizzontali e aperte.
Cose che ho fatto nell’ultima settimana: ho disegnato un logo, ho pubblicato cose in vari blogs, ho twittato, ho dato consigli per la redazione di un contratto, ho gestito il problema delle licenze creative commons, ho progettato il layer digitale di un progetto partecipativo di architettura, ho scritto un articolo sul network-design, ho intervistato candidati per una collaborazione in studio, ho organizzato la campagna di comunicazione per il progetto di un aeroporto, ho scritto un codice per automatizzare un disegno di geometrie complesse (architettura parametrica). In studio, a pranzo, spesso cucino per tutti: mi piace pensare che, in qualche modo, anche questo faccia parte del mio lavoro.

E: Prima Parigi, poi Madrid. Perché non sei rimasto a lavorare nelle Marche o comunque in Italia?

F: Ho lasciato le Marche quando ero ancora studente. Parigi era un’ottima soluzione per fuggire da un rapporto molto complicato con una ragazza del mio paese. Questo è importante per capire che non sono andato all’estero per cercare lavoro o perché ero stufo dell’Italia, o comunque non più di qualsiasi giovane della mia età. Forse la domanda giusta sarebbe: perché non sei tornato in Italia, poi? Questo ancora non lo so bene: il lavoro che faccio è molto particolare, tant’é che per seguirlo ho dovuto lasciare a malincuore Parigi e venire in Spagna. Ora le cose sono cambiate un po’ e mi piacerebbe, fra non molto, tornare dalle mie parti…anche perché, dopo dieci anni, io e quella ragazza del mio paese siamo tornati assieme, e ora tra di noi le cose sono molto meno complicate di dieci anni fa.

E: Quali sensibilità, attenzioni, riflessioni mancano nel nostro Paese in tema di architettura e paesaggio?

F: Non saprei rispondere in modo preciso, perché é una realtà che conosco, pur essendo il mio paese, da molto lontano. Quello che posso dire é che mi piacerebbe che in Italia ci fosse molta aria nuova, molte nuove idee e soprattutto molta più speranza di quella che percepisco. Anche per questo mi piacerebbe tornare presto: per poter portare un po’ della mia energia in un Paese che amo moltissimo e che mi manca sempre di più.

E: Parliamo un po’ di “noi giovani”. Ci accusano spesso di essere poco intraprendenti e non disposti a lottare per affermarci professionalmente. Ma non potrebbe invece essere che in realtà il nostro Paese ci mette a disposizione tante chiacchiere ma pochi fatti?

F: No, non credo che il problema sia da attribuire a quello che il Paese ci mette a disposizione. Credo che ai giovani italiani manchino speranza e ottimismo. In una recente intervista con il mio amico e collega Domenico Di Siena, raccontavo di come il più bel consiglio che mi abbiano mai dato è stato “Fai sempre quello che vuoi”: me l’ha detto il mio amico Juan, una sera a Parigi tanti anni fa. A lui gliel’aveva detto il padre, anni prima, credo a Madrid. Penso che per affermarci professionalmente dobbiamo capire bene che cosa significhi questo “fare sempre quello che vogliamo” e poi farlo e basta. Credo valga anche per noi giovani italiani.

E: Hai un’esperienza internazionale ormai piuttosto ampia, che cosa credi si potrebbe fare per valorizzare il territorio marchigiano?

F: Ah, le Marche! Mi piace che ci siano il mare, le colline e la montagna, e mi piace soprattutto che quando spiego da dove vengo alla fine sono sempre costretto a dire “eh, mi spiace, non so spiegarti bene: non c’e’ nessuna grande città li vicino.
Per valorizzare il territorio marchigiano forse basterebbe continuare a fare quello che certe persone già fanno: mi vengono in mente Fabio Curzi e i suoi mille progetti, mi viene in mente l’iniziativa Viaggiare Terra e Mare, il Barone Rampant, l’evento Io (non) mi sento italiano.

E: Un’ultima domanda. Se ti chiedessimo come ridisegneresti gli spazi pubblici della tua città natale, riusciresti a darci giusto qualche idea innovativa?

F: A volte le cose che più ci condizionano nella vita sono frasi che qualcuno, magari, ha detto così, senza tanta attenzione. Mentre io ero all’inizio dei miei studi di architettura, Matteo, un mio amico, una volta mi disse “niente di ciò che possiamo costruire può essere più bello di un prato verde”. Questa frase, apparentemente molto naif e sicuramente per niente architettonica, mi ha accompagnato e guidato per anni. Per ridisegnare gli spazi pubblici della mia città, forse l’unica cosa che non farei sarebbe costruire altre cose. Mi piacerebbe proporre uno spazio nel paese dove poter concentrare le energie creative della gente che ha voglia di fare o proporre delle cose, e a partire da questo spazio generare una rete di riflessione sugli spazi pubblici e un processo di rivitalizzazione della città. Per farlo basterebbero poche cose: un po’ di tempo, uno spazio fisico dove incontrarsi, e uno spazio virtuale per mantenere viva la rete e i contatti.

Biografia Emozionale di Francesco Cingolani

Sono cresciuto in collina a Montencanepino, a metà fra mare e montagna e ho iniziato a studiare ad Ancona, a metà fra architettura e ingegneria. A un certo punto ho conosciuto Valentina e ho vacillato, così sono scappato a Parigi. Lí ho conosciuto Jacques Famery che mi ha insegnato a far diventare l’architettura qualcosa che mi piaceva. Dopo dieci anni sono a Madrid, di nuovo insieme a Valentina, ogni tanto torno a Parigi per lavoro ma non solo.
Mi piacerebbe vivere in campagna, avere molto tempo libero ed essere una persona più tranquilla.

·

L’intervista conteneva anche 3 dei progetti ai quali sto lavorando o a cui ho lavorato recentemente: si tratta di Urban Social Design Experience con Ecosistema Urbano, Dancing with Nature con HDA | Hugh Dutton Associés e For All The Cows con CTRLZ Architecture. Di seguito una descrizione dei 3 progetti.

urbansocialdesign.org/usde

01
+ Urban Social Design Experience
Tramite l’associazione Urban Social Design, un’iniziativa promossa da Ecosistema Urbano, ho collaborato al lancio della prima sessione di Urban Social Design Experience: una serie di corsi online denominati experiences e destinati a studenti e professionisti interessati a temi quali la partecipazione, la creazione collettiva, il lavoro in rete, le nuove tecnologie, la cultura urbana e l’innovazione sociale.
Si tratta di un progetto di networked-learning: un processo di apprendimento che supera i limiti istituzionali, tematici o metodologici tradizionali e centrato sulla dissoluzione del limite fra lo studente e il professore, in modo da favorire una trasmissione orizzontale, diffusa e non centralizzata della conoscenza. La denominazione experience vuole esprimere il fatto che, oltre al corso in sé, il processo di apprendimento si svolge tramite processi innovativi come la redazione di un blog tematico collettivo, lo sviluppo di un progetto personale da parte dei partecipanti e una forte componente di networking.

hdaparis.com

02
+ Verso un’architettura parametrica
Questo lavoro, presentato sotto forma di conferenza, rappresenta il resoconto di una esperienza progettuale, teorica e strategica sviluppata nel corso di 5 anni in collaborazione con l’arch. Hugh Dutton dello studio HDA di Parigi.
L’utilizzo di strumenti di progettazione parametrica e disegno automatico (principalmente grasshopper e rhinoscript) rende possibile e agile la gestione di una grande quantità di dati (parametri) e quindi lo sviluppo di progetti con una grado di complessità altrimenti impensabile: questa opportunità tecnologica può essere sfruttata per la creazione di un’architettura capace di apprendere e integrare i processi naturali come la geometria complessa, la resistenza per forma e l’adattabilità.

immagine:
progetto Pylons of the Future - Dancing with Nature
HDA | Hugh Dutton Associés

ctrlzarchitectures.com

03
+ Architettura e Decrescita: For all the Cows
Serge Latouche sostiene che l’idea stessa di crescita e progresso -intesi come l’accumulo di ricchezze legato inevitabilmente alla distruzione delle risorse naturali e all’aumento di ingiustizie sociali- potrebbe essere una trappola. In questo caso dovremmo optare per lo sviluppo di una società basata sulla qualità e non sulla quantità, sulla collaborazione e non sulla competitività.
E´ a partire da queste riflessioni che io e Massimo Lombardi (con il quale ho fondato il collettivo di decrescita architettonica CTRLZ ARCHITECTURES) abbiamo sviluppato il progetto For All the Cows, un progetto utopico che cerca di rispondere, tramite l’architettura, ai bisogni dell’uomo contemporaneo. La proposta, pubblicata ultimamente nel libro Utopia Forever, integra all’architettura dei sistemi di produzione iperlocalizzata per l’autosufficienza (allevamento e agricoltura) e una importante infrastruttura digitale (internet, visualizzazione di dati, local social network) al fine di sviluppare un modello socio-architettonico di decrescita.

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francescocingolani.info

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