Perché un viaggio a piedi? Ve lo spiegano Francesco e Valentina

francesco —  October 9, 2011 — 2 Comments

INTRAVERSO è il nome di questo nuovo modo di viaggiare, a piedi e su sentieri poco battuti.
intraverso.org

Circa due mesi fa, io e Valentina abbiamo realizzato INTRAVERSO, un viaggio a piedi attraverso il territorio marchigiano. Whymarche, la rivista che ha partecipato a questo progetto in qualità di media partner, ha pubblicato qualche giorno fa un estratto del racconto del nostro viaggio. Per chi non compra la versione cartacea, ecco qui sotto la versione digitale della rivista e, a continuazione, la versione integrale del nostro resoconto.

INTRODUZIONE: PERCHÉ UN VIAGGIO A PIEDI?

i pensieri di Francesco…
C’è una forte la voglia di perdermi, di stare lontano dalla spiaggia affollata, di essere solo noi e la terra e l’aria.
Forse c’è che sono stufo di essere sempre in connessione, sempre visibile, sempre presente.
Ho voglia di essere scollegato, lontano, irraggiungibile.
Ho voglia di essere lento, semplice, di consumare il meno possibile.
Ho voglia di camminare e basta, senza dover dire niente, senza spiegazioni e forse anche senza senso.
In questo viaggio non ho voglia di essere connesso e non ho bisogno di trovare niente. Ho solo voglia di perdermi.

…e le parole di Valentina
Qualcuno ha detto che il senso del viaggio non e’ arrivare, ma viaggiare.
Guardare lo stesso oggetto con un’occhiata fugace, uno sguardo più’ attento, circospezione vigile ci rivela l’esistenza di tre oggetti diversi. Lo stesso vale per un luogo vissuto di passaggio, o da fermo, o in movimento.
Io e Francesco abbiamo scelto il movimento, quello lento però, quello per certi aspetti più’ umano.
Ad andare a piedi ora, se ci si guarda attorno, sembra quasi di star fermi, perche’ e’ tutto molto veloce.
Abbiamo deciso di fare un viaggio a piedi nelle marche, nostra regione d’origine, per vedere con altri occhi sentieri già’ percorsi, abbiamo scelto l’esotismo del vicino di casa.
Io, figlia del mare, ho iniziato solo di recente ad appassionarmi di montagna, per un bisogno sempre più’ profondo di contatto con la natura, dovuto forse all’urbanismo che mi soffoca.
In più, senza dio, nella natura ritrovo la mia spiritualità, il legame col mondo.
Il nostro viaggio e’ anche una maniera di stringere ancora più’ forte un legame con una parte di mondo, questa terra che, almeno con me poco generosa, viviamo ormai da visitatori saltuari, ma fedeli.
Vorremmo passare dall’occhiata fugace, almeno ad uno sguardo attento.

Dalle spiagge affollate ai treni a gasolio lentissimi sulla via di Ascoli Piceno, poi su strade tutte storte verso Arquata, il passaggio è rapido e quasi impercettibile.
Poco a poco perdiamo velocità e diventiamo stranieri a soli pochi km dal nostro paese. Poco a poco c’è più verde e ritrovo un po’ di intimità.
Arquata sembra un fantasma. Mi rassicura vedere che la vita vada avanti anche qui, lontano dal mio mondo, dalle macchine, dalla tecnologia, dalla complessità’.
Tornando al B&B, la sera all’ora di cena, sentiamo puzza di camino e intravedo una coppia di signori dentro una casa. “Saranno stati insieme una vita” – sembrava un’evidenza.
Andiamo a letto col taglio blu notte del Vettore. Lui sta lì e sembra volerci rimanere per un bel pezzo.
Pure questo mi rassicura e, allo stesso tempo, mi intimorisce un po’.

02/08/2011 Arquata, stesa sul letto mentre Francesco prepara l’orzo
Partiamo alle 12 dalla stazione di Porto Potenza Picena. Scendiamo ad Ascoli Piceno e mentre aspettiamo l’autobus per Arquata l’ansia di Francesco viene messa in allerta dalle parole della barista: “Chiedete a tutti i bus che vedete per non rimanere a piedi”. Per esseri sicuri, Francesco si affanna a domandare la destinazione a ogni mezzo di trasporto per più di cinque persone. Il suo affaccendarsi contrasta con la lentezza e il torpore delle 14 di un pomeriggio estivo.
Alla fine eccolo lì, puntuale come un orologio svizzero. Noi due siamo i più stranieri là dentro: il pulmino sembra quasi una familiare piena dei soliti viaggiatori abituali e noi, capitati li’ come per sbaglio.
Siamo gli ultimi a scendere. Prima ancora di arrivare al B&B dove dormiremo, veniamo avvistati da una signora che annuncia il nostro arrivo alla proprietaria: la comunicazione orale è a volte più veloce di qualsiasi altro mezzo, specialmente in un paese di qualche decina di abitanti.
Piccolo, ma efficiente. Ci sono autobus che arrivano fino alla frazione più sperduta e mi viene da pensare che questi posti non sono abbandonati, che la gente ci vive, si sposta, va al lavoro e torna a casa la sera, in questi gruppetti ordinati di case sparse tra i monti. Tutto questo fino a quando vedo Arquata: una rocca, 4 case, 2 chiese e non un bar, ne’ un negozio.
Dalla rocca si intuisce tuttavia la presenza di un passato storico importante, in contrasto con l’immagine che conserva oggi. Posta lungo la via salaria che porta a Roma, da qui si vede Spelonga, famosa perché 100 dei suoi uomini vennero chiamati a costruire la nave per la battaglia di Lepanto del 1571, occasione celebrata ogni tre anni con una spedizione di 100 uomini, i quali in un solo giorno, ricavano una nave da un tronco portato a piedi dall’alta montagna.
Non so se sia l’ardore della guida, ma questo posto mi sembra pieno di storie e leggende: la regina Margherita che getta gli amanti dalla rocca dove il marito la tiene rinchiusa; la profetessa Sibilla, da cui il Parco dei Sibillini prende il nome; l’odissea di un crocifisso igneo che come noi sembra finito qua per caso. Le nostre storie qui, oggi, si intrecciano con queste leggende e anche noi ne partecipiamo.
La proprietaria del B&B inoltre non smette di parlarci della copia autentica, unica in Europa, della sindone di Torino. E’ lei a farci da guida in paese, dove sembra non esserci granché da fare, mentre in realtà brulica di attività e vita, nella parte bassa pero’, che sembra una colonia di turisti romani.
Di oggi restano inoltre le mezze maniche all’arrabbiata con la pasta spessa e il sugo “finto” squisito (così viene definito in questa zona il sugo senza carne), la gentilezza di chi ci ha accolto e ospitato, il sorriso del maestro del paese, un posto vivo per l’energia della gente.

4/08/2011 Colle di Montegallo. Al tavolino di plastica bianco, abbracciata dalle montagne e dal buio della notte.
Ieri la tappa è sembrata più corta del previsto, nonostante avessimo sbagliato strada, un po’ per colpa nostra, un po’ della cartina: freschi e giovani e con la leggerezza di chi non è abituato a guardare i segnali dei sentieri quando cammina, e non sa quanto è duro rifare la strada a piedi.
A condividere con noi un tratto del cammino ci sono Tatiana e Gabriele, che dicono:

Da soli. In tanti. Per cercare l’essenziale o per ricordare ciò che si è perduto. Per avvicinarsi a una meta o per accompagnare qualche amico che continuava una strada più lunga della nostra. Sono molti i modi e i motivi che nel tempo ci hanno fatto incrociare le strade del Grande Anello dei Sibillini, eppure ancora non abbiamo trovato il coraggio di chiudere il cerchio. Ma ci piace pensare che, quando finalmente lo faremo, sarà come ritrovare tanti pezzi sulla nostra storia, ogni passo un viso e uno sguardo, come rimettere insieme i grani di un rosario o le perle di una collana.

Insieme arriviamo a Colle di Montegallo, un incontro di case dove sono solo i due gestori del rifugio a viverci stabilmente tutto l’anno: lei timida, con un viso dolcissimo, lui con un accento e un modo di parlare familiare e inconfondibile: per un attimo ci sembra di essere tornati a Civitanova.
Fa pensare la scelta di lasciare la città, un posto comodo e apparentemente più facile in cui vivere, per venire a stare quassù’, isolati. Fa pensare a quanti animali metropolitani passano la vita sperando di farlo, a quanti sognano questa pace che a volte – ci dicono questi due unici abitanti di Colle- fa impazzire.
Poi penso al contrario, a quanti in città soffrono la condizione di isolamento. “Non può essere solo la volontarietà dell’atto a fare la differenza”, mi dico. Mii fermo a immaginare una persona chiusa dentro una casa (le mura non hanno orecchi) e un’altra in mezzo a un bosco, che odora, parla e ascolta coi suoi mille orecchi, genera e distrugge: la natura e’ viva. D’un tratto passo dai piaceri dell’intelletto a quelli della gola: la cena è ricca di tagliatelle fatte a mano coi funghi e verdure grigliate.
Fuori c’è solo un cane che ci fa da guida tra le questi tre vicoli.
Ci aspettano il letto e i 14 km del giorno dopo fino a Rubbiano.

Nel gestore del rifugio sento la doppia anima del mare e della montagna. Ricordo i miei primi anni lontano dal mare e il senso profondo della sua mancanza. Gli chiedo se per lui sia lo stesso. Risponde: “Sin da bambino sono sempre venuto in montagna.” Per me è stranissimo ascoltare il suo accento qui, dove il mare non saprei neppure da che parte si trovi. Chissa’ che lui non sia un po’ come me: nato fra il mare e la montagna, non ho mai saputo quale delle due fosse la mia terra. Per verificare aggiungo“Non cucini mai il pesce?” La risposta è quella che prevedevo: spesso scende a Civitanova e porta il pesce per la cena. Getto uno sguardo alla sua 4×4 e lo immagino scendere verso la costa, caricare e venire fino a quassù: molto poco sostenibile.

04/08/2011 Rubbiano, sul letto coi morsi della fame.
La giornata è tutta in salita e non è un modo di dire: un percorso lungo, molto bello, dalla provincia di Ascoli a quella di Fermo, dove ci si rifocilla con frittata e cicoria di campo colta e cucinata ieri. Ci rendiamo conto abbastanza presto che procurarci qualcosa da mangiare per il giorno dopo non è affatto semplice. L’unico alimentari della zona si trova a Montemonaco, sopra le nostre teste, a 700 metri di dislivello. Incliniamo la testa in alto per avvistare Montemonaco, poi uno sguardo d’intesa e continuiamo dritto sperando di trovare qualche contadino che possa venderci qualcosa, ma niente da fare: nessuno, non so se per diffidenza o per cosa, è disposto a darci un po’ di verdura.
Il bilancio della giornata è che questi sono posti meravigliosi e che siamo fortunati, privilegiati ad essere qui e non solo nel senso romantico del termine.
Francamente, per due che vogliono solo riposare le ossa, il pernottamento è abbastanza caro e i negozi, quando ci sono, sono come boutique di lusso.

05/08/2011 Pintura di Bolognola, al bar. Ma niente cioccolata calda e niente sci.
Eccomi qua che scrivo anche oggi e a chi si chiedesse come sono sopravvissuta ai 15 km senza viveri, rispondo che Francesco e’ ancora vivo, che sta bene e che ieri abbiamo fortunatamente recuperato della frutta nel ristorante a gestione familiare dove abbiamo cenato. Il menù merita menzione completa: funghi porcini, ravioli al tartufo, pizza coi funghi, insalatina, tiramisù al cocco, più una dose di gentilezza nostrana dei gestori con cui ci intratteniamo qualche minuto.
Sono stupiti di sapere che stiamo facendo questo viaggio a piedi e in qualche modo confermano l’idea che un po’ ci eravamo fatti, che questo tanto pubblicizzato Grande Anello dei Sibillini, che noi percorriamo per comodità strategica, non è molto noto alla gente dei posti che attraversa e traspare stupore e perplessità rispetto all’ingente spesa sostenuta per la sua realizzazione.
Tutti ci dicono che per lo più sono gli stranieri a percorrerlo. Io, che sono quella che cammina, penso che ne sia valsa la pena e che sia bellissima l’idea di poter percorrere tutti i Sibillini come in un girotondo, tornando al punto di partenza.
Certo pero’, sembra che nell’organizzazione del Grande Anello ci si sia fermati giusto un attimo prima della fine: come dicevo non è sempre facile incontrare un alimentari lungo il percorso e alcune tappe sono mal concepite, ad esempio non ci sono strutture dove dormire.
Per noi uscire dal circuito del Grande Anello rientra nei piani del viaggio, ma è inevitabile parlarne perché tutte le strutture ricettive dove abbiamo soggiornato lo fanno, in maniera critica, e non si può essere sordi alle sole voci umane che ascoltiamo. Di certo l’idea di un tour ben strutturato che ci eravamo fatti tramite internet resta un’immagine sfocata, e ci sono alcune incongruenze. Ieri, ad esempio, i gestori del B&B di Rubbiano dove soggiornavamo, si dicevano stupiti e a volte imbarazzati per essere all’interno di un parco e non avere la raccolta differenziata. Lamentavano inoltre il fatto che la strada fosse poco agibile, nonostante la vicinanza all’Infernaccio, nota meta turistica e restavano perplessi rispetto al curioso caso del rifugio ultimato e mai aperto. Gli otto abitanti di Rubbiano hanno messo in piedi un comitato per migliorare la gestione del sito e hanno cercato di far sentire la propria voce soprattutto tramite i social network. Noi stessi siamo venuti a conoscenza della sua esistenza tramite la presenza curiosa su facebook della ultrasettantenne Laurina del comitato.
Sembra che, per lo meno dal punto di vista dell’ organizzazione del Grande Anello, alcuni comuni siano stati più efficienti, altri meno, ma forse dipende dal numero dei residenti e dal loro attivismo e mi viene in mente Arquata, e la voglia di fare e e rendere vivo un posto che amiamo.

Si sente che qui c’è passaggio. Ci sono molto asfalto e poche case. Siamo a Pintura di Bolognola, ed è probabilmente il posto più vicino alla civiltà che vediamo da tre giorni. Sarà un caso, ma per la prima volta mi annoio. Ieri il signore del B&B ci raccontava la sua storia: ex barista, 15 anni fa ha lasciato tutto a Roma per trasferirsi a Rubbiano con la compagna. Dice una cosa che lì per lì sembra una follia: “Qui non mi annoio mai. Che farei a Roma?”


Durante la cena abbiamo registrato questo video bizarro, in cui Massimo ci raccontava il suo viaggio a piedi, in Islanda.

06/08/2011 Fiastra, di nuovo sul letto. Il riposo prima della serata mondana: a cena con un amico.
Fiastra. Più i giorni passano, più passa la voglia di scrivere questo diario. Forse scrivere è un vezzo, un bisogno di comunicare che si sente in mezzo a tanta comunicazione passiva, una necessità di dire qualcosa per non essere completamente assorbiti dal fascio di informazioni che ci travolge. E’ il mio modo di essere attiva.
Allontanarsi dalla civiltà fa sì che la vita prevalga sulla voglia di raccontare.
Ieri siamo arrivati a Fiastra. Dalla montagna sembra quasi di essere in città. Anche l’aria è diversa. Siamo scesi parecchio di quota, è caldo e non ci sono le mucche. E noi, con chi parliamo? Chi ci guarda come se avesse paura di noi e allo stesso tempo ci vuole far paura?
E c’è un pienone di gente tutta insieme, tatuaggi, moto e una serie di personaggi, ognuno col suo stile, nessuno senza. Noi, il nostro, ce l’abbiamo in tasca , non lo tiriamo fuori e scapperemmo a gambe levate, non fosse che la bottega apre alle 16.15.
Ora che sono passati cinque giorni e Francesco si sente bene capisce che probabilmente non gli serviva scappare via da tutti, come aveva detto, ma semplicemnte spogliarsi degli abiti del personaggio e smettere di essere riconosciuto.

Sarà un po’ la tristezza della fine del viaggio che si avvicina, sarà che non ho voglia di arrivare, sarà questo vento un po’ fastidioso, ma oggi intraverso mi sembra più che altro una fuga.
A me le fughe non piacciono.
Abbiamo incrociato un pastore sul cammino che ci raccontava di un mezzo pazzo che faceva il percorso del Grande Anello senza fermarsi mai, per anni. Poi è scomparso.
C’è pure da aggiungere che scappare muovendosi, seppure poco pratico, rimane un sistema efficace.
Ma come ho detto la fuga non è cosa mia. Allora c’è da tornare ad essere incredibilmente forti per essere se stessi, pure al mare, pure in città, pure in mezzo a tutti.
La pressione sociale è una forza fisica, come la gravità, l’elettricità e l’amore.
Andrà quindi studiata, misurata, combattuta.

Ho di proposito omesso di parlare della giornata di sabato perché avevo dei pensieri da raccogliere. Il soggiorno a Vallato, frazione di San Ginesio, è stata una tappa significativa del nostro viaggio, anche se non nel senso intimo e personale.
Questo viaggio si conferma un arricchimento del nostro bagaglio di conoscenze del territorio, pur non essendo in grado di decifrare tutti i simboli che la natura e l’impatto dell’uomo ci potrebbero comunicare. Ce ne siamo resi conto parlando con Federica e Franco, della Quercia della Memoria, esperti conoscitori del territorio e insieme un’esplosione di idee e energia che da qui partono e qui ritornano.
Sono felicemente sorpresa di aver nella mia regione di origine un progetto tanto interessante e ambizioso come il loro. Loro parlano di realtà multifunzionale, Francesco dice che è un nodo, un punto fisico in cui convergono . Insieme una fattoria educativa cogli asinelli e altri animali, un’azienda agricola biologica, uno spazio di sperimentazione della biodiversità, e c’è in cantiere un agrinido e un ecomuseo, in cui il museo non è il contenuto di quattro mura, bensì il territorio stesso che va interpretato attraverso la gente che lo abita.
A me viene da pensare che sia un concetto raccolto in un posto, dove tutto è coerente. Ogni dettaglio curato nel particolare, tutto in ordine eppure mi sembra di essere in mezzo a una rivoluzione.
Parliamo a lungo con loro e ci rendiamo conto che dietro la poesia ci sono le difficoltà che hanno dovuto affrontare, i problemi di gestione, anche familiare, che si hanno nel voler creare uno spazio così aperto dove a volte si fa fatica a tracciare i confini del proprio sé.
Nonostante questo, la poesia resta e anzi si arricchisce della forza della realtà, dell’energia che c’è dietro alle idee.

08/08/2011 Visso. Al bar con il mio primo gelato. Fine.
Della nostra ultima tappa, da Cupi a Visso non abbiamo detto niente. C’è molta gente e noi siamo in dirittura di arrivo. La stanchezza e la voglia di arrivare, si confondono con la melanconia delle cose che stanno per finire. Io e Francesco non ci diciamo nulla e come niente fosse torniamo in due ore di strada alla nostra vita di prima, alla velocità della macchina, all’abitudine delle chiacchiere.

Ringraziamo ufficialmente Whymarche e tutte le mucche e le pecore con cui abbiamo condiviso viaggio e abbeveratoi.

Testo e immagini: Francesco Cingolani + Valentina Brogna.

INTRAVERSO è un’idea di Fabio Curzi.
La nostra versione di INTRAVERSO è un viaggio di Francesco Cingolani e Valentina Brogna (se non sapete chi siamo e come siamo fatti potete vederci qui).
La rivista whymarche ha collaborato in qualità di media partner del progetto.
Un ringraziamento speciale all’agriturismo bioecologico La Quercia della Memoria, per la loro disponibilità e apertura.
Grazie anche a tutti quelli che, più o meno direttamente, hanno partecipato al viaggio intraverso.

Francesco e Valentina stanno programmando per il prossimo anno il progetto INTRAVERSO 2012, un giro d’Italia a piedi, seguendo sentieri poco battuti, che evita le grandi vie di comunicazione a favore di strade più lente, meno conosciute, più intraverse.

Per maggiori informazioni : www.intraverso.org

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